Nuances

tile-3109855_640Camminava nella nebbia, era la prima volta, e tutta la sua attenzione si concentrò nell’analisi di quella strana sensazione mai avvertita prima; gli sembrava di varcare via via i confini della realtà dove spazio e tempo si fondevano in una uniformità incorporea di ricordi e aspirazioni. Non aveva né peso né forma, i suoi passi non ritmavano più il suo pensiero, contenuto in quell’impalpabilità di sensazioni ed emozioni. Si avvertiva come spirito puro, appagato di quell’assenza totale in cui nuotava, scomposto e senza meta, in una magica impressione di libertà. Un dolore alla testa lancinante lo richiamò alla realtà; capì di essersi invischiato nei gorghi di un sogno liberatorio, ma quel dolore insopportabile lo costrinse ad aprire gli occhi e uscire da quella nebbia che lo stava piacevolmente empiendo di sé. Non fu facile emergere da quel nulla e gli occhi soffrirono l’impatto con la luce accecante del giorno nascente; il dolore cessò, mentre con rammarico riavvertiva tutta la pesantezza del suo corpo. Anche la mente sembrava come intorpidita, ma le brume del sogno sarebbero state presto dissolte dalla frenesia ormai tipica delle sue giornate di uomo consapevole e responsabile. Non indugiò oltre e si alzò a spalancare le finestre, l’aria frizzante del mattino gli avrebbe dato la giusta dose di energia per affrontare gli impegni del nuovo giorno presago di ulteriori soddisfacenti traguardi. Dalle finestre però non entrò la luce carezzevole del giorno bensì il cupo d’una notte d’inverno che lo investì in pieno viso facendolo rabbrividire. Non seppe spiegarsi quel mutamento e ancora più difficile gli riuscì di capire quanto stava accadendogli: i suoi piedi camminavano all’indietro, lentamente; e lentamente, attraverso porte d’appartamenti e camere d’albergo che si aprivano numerose dietro le sue spalle e che, altrettanto numerose gli si richiudevano in faccia, vide i suoi successi ridiventare aspirazioni, le realtà ritrasformarsi in sogno, i traguardi raggiunti in sentieri fangosi di sudore , i suoi figli ritornare bambini per poi scomparire nel grembo materno, tutta una vita già percorsa sgretolarsi sui banchi di scuola. E là, al quarto banco della terza fila di un’aula dai muri incrostati e dai vetri appannati di vecchiaia, si fermò quella pazza lenta corsa verso l’indietro. Il vociare dei compagni lo coinvolse immediatamente; prestò attenzione per immergersi subito dopo in un’arringa appassionata a favore del partito politico in cui credeva ciecamente, con quella fede di cui solo i giovani sono capaci. La sua dialettica zittì tutti gli altri e mentre parlava, in quel silenzio che gli si era creato attorno, egli gustava le sue stesse parole, quei suoi pensieri che si materializzavano della sua stessa esaltazione. I suoi ideali, i suoi miti, erano nuovamente lì, tra le sue mani e lui li sgranava con devozione, come granelli di un rosario, nella strana consapevolezza che non li avrebbe mai traditi; ci giocava, con la stessa appagata nostalgia con cui si gioca un gioco smarrito o dimenticato; li divideva con gli altri, li prestava, nella giovanile illusione di poter trasformare l’innata abulia di alcuni in un dinamismo vitale, le sopite potenzialità di altri in effettive capacità di azione. Ma la compagna ed amica con cui più volentieri avrebbe diviso il suo presente e il suo futuro non era a scuola, quel giorno, lo aspettava, pur cosciente dell’inutilità di quell’attesa, sul sedile di pietra nascosto tra gli aranci e il gelsomino … il ricordo del futuro gli restituì il rimpianto che aveva a volte velato di malinconia il suo presente che sapeva di non poter più modificare, e la nostalgia lo trasportò là, accanto a lei, a respirare di nuovo il profumo dell’attesa, dell’incertezza, dei sogni appena disegnati, dei desideri intrisi di passione. E là, su quel sedile di pietra, mentre i volti della moglie e dei figli si modellavano ai lineamenti del volto dell’amica per poi pian piano svanire nell’immensità del suo sguardo, lui si rifiutò di capire, di penetrare quel mistero, desideroso soltanto di abbandonarsi alla magia di un futuro tutto ancora da inventare. I profumi del Sud gli fecero riprovare l’ebbrezza degli spazi ampi e selvaggi, risentire il possente respiro del cielo interrotto da foglie di palme secolari spiegate nel vento come ali d’uccelli predatori; e in quell’immensità disperse le parole, le tanto amate ambigue infide parole, restrittive ed evanescenti, seducenti e vacue di cui, ormai lo sapeva, avrebbe imparato a sue spese a diffidare. No, non avrebbe di nuovo commesso l’errore di affidare i suoi sentimenti all’armonia fatiscente della parola. Là, su quel sedile di pietra, dove anni addietro aveva dovuto abbandonare la sua compagna ed amica, tradito e intrappolato dalle sue stesse parole, c’era di nuovo il suo presente e la saggezza del domani lo aiutò a ricominciare da lì la tessitura del suo futuro, con la semplicità di una mano tesa, l’innocenza di un sorriso, la seduzione di uno sguardo … e tutto fu facile, un dolce veleggiare su un mare appena accarezzato dalla brezza, un’agevole corsa sulla sabbia morbida di risate e fiduciose attese. Ma i loro nomi non erano scolpiti insieme su un tralcio di vite, e la risata della compagna rotolò presto tra i binari, zittita per sempre dallo sferragliare di un treno in corsa! Il sorriso sulle sue labbra si trasformò in un urlo senza suono, mentre lacrime pietose stendevano un velo su quell’ultima immagine … si sentì chiamare a più voci; ansia, timore, speranza sfioravano le sue mani, il suo viso; il suo nome, prepotente, si faceva strada tra le brume del sogno penetrando quell’immagine, quella nebbia, e finalmente aprì gli occhi … camici bianchi erano piegati su di lui, mani lo tastavano curiosi, bocche lo interrogavano attraverso bianche mascherine; si sollevò appena e si guardò attorno: sul comodino di una stanza asettica d’ospedale spezzavano tutto quel bianco i quaderni del suo passato … allontanò lo sguardo da quei fogli anneriti di parole e parole che dopo anni e anni aveva voluto rileggere e lasciò scorrere lo sguardo su quei volti bendati: riconobbe lo sguardo della moglie, dei figli, dell’amica e lì si fermò, incredulo, in quegli occhi ancora vivi e partecipi … ricordò il passato appena rivissuto e mentre la stanza si profumava di zagara e gelsomino, richiuse gli occhi, pago di quel presente che avrebbe presto ritrovato, consapevole che tutto il resto era soltanto … sfumature!

Rosalba Barcella


Share This Post

Related Articles

Leave a Reply

You must be Logged in to post comment.

© 2021 rosalbabarcella.net. All rights reserved. Site Admin · Entries RSS · Comments RSS
Powered by WordPress · Designed by Theme Junkie

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi