La vita

Rosalba BarcellaUltima di otto figli, R. B. nasce a Reggio Calabria il 13.06. 1946, sotto l’egida del Santo di Padova, il cui santuario domina la sua casa alle pendici della ‘Collina degli angeli’, e tra le braccia della sua futura madrina di battesimo, la zia Rosetta, che in quell’abbraccio vitale le trasmette anche la disponibilità verso gli altri e l’attenzione agli altrui bisogni.  Frequenta i primi anni della scuola elementare presso le suore dell’istituto Pio X, dove, tra l’altro, viene sottoposta a lunghi giri tra le classi a dichiarare la sua appartenenza al MSI, a mostrare le eventuali orecchie d’asino, ma mai le medaglie: è già durante questo periodo che inizia ad affinare la tecnica del silenzio e dell’ascolto. mentre i suoi occhi cercano di focalizzare anche le sfumature più nascoste delle persone che la circondano. Completa le scuole elementari all’Istituto G. Pascoli per frequentare poi la Scuola media ‘Spanò Bolani’ dove ha veramente inizio la sua crescita umana completata negli anni in cui frequenta il Liceo scientifico ‘Leonardo da Vinci’: l’universo femminile della fanciullezza si fonde con quello maschile della gioventù e l’amicizia e l’amore, fonti di gioie e dolori, iniziano a parlare con la voce  del suo cuore e l’inchiostro della sua penna.  Il suo desiderio di studiare medicina per diventare pediatra si scontra con l’ indisponibilità finanziaria; sceglie così di frequentare ‘Lingue e letterature straniere’ all’Università di Messina (facoltà di Magistero) con specializzazione in tedesco nell’illusorio intento di diventare traduttrice e interprete: l’incontro con la prof. M. L. Spaziani, di cui solo più tardi conoscerà la grandezza poetica, che gratifica con un 30 e lode il suo primo esame e con un abbraccio la sua personale traduzione delle poesie di H. Hesse, le resterà sempre nel cuore. E’ di questo primo periodo universitario la fondazione assieme ad altri amici del Club 15, forse uno dei primi circoli culturali della città a livello di giovani universitari, club che ebbe ospiti d’eccezione, quali la poetessa G. Trisolini, lo scrittore F. Seminara, il poeta G.  Selvaggi; è altrettanto di questo periodo l’entrata in FUCI, dove tenta di approfondire, con l’aiuto dei sac. R. Lico e D. Farias, la sua religiosità e spiritualità e che la vede accanto a bimbi  malati, abbandonati negli ospedali cittadini. Il desiderio di indipendenza economica la spinge però, prima ancora di laurearsi, ad accettare l’ incarico annuale di insegnamento di tedesco nello sperduto, allora quasi irraggiungibile paese di Castrovillari. Il freddo del Pollino fa da sfondo all’intima solitudine:gli amici  lontani, gli impegni sociali abbandonati, non le è facile sopravvivere in una varietà di mondi interiori, che si pongono all’esterno a volte nel modo peggiore, come non è facile rifiutare piccoli compromessi, tra alcool e carte, amori ricambiati e non, sempre però  nel rispetto di sé e degli altri riuscendo ancora a dare inizio a solide amicizie. E’ in questi anni comunque che raggiunge la piena maturità interiore, che trova una certa consapevolezza di sé  che necessita di  più parole per esprimersi. Gli esordi nella carriera di insegnante avrebbero dovuto farle capire che avrebbe fatto meglio a cambiare mestiere, ma leggere i segni del destino non è da lei: gli insegnanti di tedesco sono pochi ma sono poche anche le cattedre e così si ritrova a peregrinare per la Calabria, dopo una breve parentesi a Genova, cambiando non solo sede ma anche tipo di scuola passando da  un Istituto alberghiero all’altro, dall’Istituto tecnico per il turismo a quello per il commercio sino ad approdare a Villa San Giovanni, non più come insegnante di tedesco ma come insegnante di sostegno, per poter avere una sede vicino casa. Il piacere di stare con i giovani, lo scambio di insegnamenti che arricchisce anche il suo io, la gratificazione dell’intreccio di opinioni e pensieri diventa sempre più raro, in un ambiente privo di stimoli, ed ecco che prende il sopravvento la cura della madre, invecchiata precocemente,  per dedicarsi alla quale, raggiunti i 35 anni di contributi si mette in pensione. Inizia così una ’non vita’, chiusa tra le mura di casa, proiettata verso il limbo dei ricordi, dove questi si intrecciano alle sofferenze passate e rifiutano quelle presenti ed allora fa di necessità virtù: va a ritroso a riscoprire le proprie radici e scrive la “Storia della famiglia Barcella a modo mio” e per scherzare un po’ sulla sua vita da’ luce ai suoi scritti inserendoli tutti, belli e brutti, nel ‘diario autocelebrativo ’“Come nuvole vanno le mie parole al vento”, resi forse meno tristi dalle sue foto, nell’illusoria speranza di eternarsi in qualche modo o almeno lasciare un’orma del suo passaggio!.


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